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C'è un momento, ogni giorno, che conosco bene. È quando il sole si ritira lentamente oltre l'orizzonte, e il cielo si tinge di sfumature sempre più profonde, dal rosa all'indaco, fino al blu della sera. In quel silenzio sospeso, tra il giorno che è stato e la notte che attende, sentiamo dentro casa il bisogno di un'altra luce, una luce che non è quella del sole. E con quel piccolo gesto, premendo un interruttore, accogliamo la notte.
Ecco, per me tutta l'esistenza umana è racchiusa in questa immagine. E vedo, con una chiarezza che a volte fa male, quel momento in cui la vita ti chiede di "accendere la luce". Ma non è la luce di una lampada. È il bagliore freddo di una stanza che non è più la tua, in una residenza per anziani. È il bisogno di mani che non sono le tue per lavarti il viso, di un cucchiaio portato alla bocca perché da solo non ce la fai più. È quando il tuo nome diventa un suono vuoto e i ricordi si perdono, come gocce in un bicchiere d'acqua.
Quell'interruttore, io, con tutto me stesso, desidero che resti spento.
Quando per me arriverà il crepuscolo, quando il sole della mia vita avrà terminato il suo arco, voglio semplicemente potermi addormentare. Così come la natura ha sempre previsto, con una dolcezza infinita. Senza la violenza di un'assistenza aggressiva, senza lo strazio di una dignità perduta, senza che la mia autonomia diventi il ricordo sbiadito di un altro. Voglio solo chiudere gli occhi dopo il tramonto.
E andrà benissimo così. Perché sopravvivere in una luce artificiale, per me, sarebbe una tortura silenziosa che non ho intenzione di infliggere alla mia anima. Non c'è nulla di sbagliato, nulla di crudele nella fine. È un atto così naturale... così dolce. È come tornare a casa. Ovunque essa sia, qualunque cosa questo significhi. È l'ultimo passo di un lungo viaggio.
Mi spaventa molto di più l'idea di un'esistenza prigioniera. Prigioniero di un letto, di una sedia a rotelle, di una mente che non riconosce più il volto dei propri cari. Quello è l'inferno in terra. Io difendo la vita, la amo, ma quella vera, vibrante, quella fatta di scelte, di risate, di sguardi consapevoli. Non è vita dimenticare chi siamo per essere tenuti qui a forza, nutriti come un guscio vuoto. Quello non è amore, è una forma disumana di egoismo, forse la più crudele, perché si maschera di buone intenzioni.
Tutti temono la solitudine, ma il vero dramma non è essere soli. È essere circondati da persone che, nonostante tutto, ti fanno sentire irrimediabilmente solo, perché la persona che eri non esiste più. È nella solitudine più autentica, invece, quella scelta e abbracciata, che si tocca con mano la libertà più pura e assoluta. Ed è in quella libertà che desidero congedarmi quando sarà il tempo!

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