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Lettera aperta a Ilaria, la poliziotta dell'A1


Non sono solito commentare i fatti di cronaca. Viviamo un tempo di grande confusione mediatica, in cui è difficile farsi un'idea compiuta di eventi che raramente ci vengono raccontati per intero. Ma quanto accaduto il 3 settembre mi ha toccato nel profondo, e sento il bisogno di scriverne: non per aggiungere altra cronaca alla cronaca, ma per fissare un pensiero che da giorni non mi lascia.

Quel giorno un uomo, Federico Vella, ha ucciso la sua ex compagna, Lorena Isceri, e si è poi tolto la vita lanciandosi da un viadotto dell'autostrada A1. È un femminicidio, e va chiamato con il suo nome: un crimine odioso, l'ennesimo di un anno già segnato da tante tragedie identiche. Su questo non c'è ambiguità che tenga, e non spetta a questa lettera analizzarne le cause. È un compito che spetta alla Politica, alle Istituzioni e alla Scuola, le quali devono affrontarlo con una serietà tale da impedire che simili eventi possano ripetersi.

Voglio fermarmi, invece, su un'altra immagine di quella giornata. Un'immagine che considero di un valore umano immenso, e che rischia di andare perduta sotto il peso — del tutto comprensibile — dell'orrore che l'ha preceduta. È l'immagine di un'agente della Polizia Stradale inginocchiata sull'asfalto del viadotto per oltre mezz'ora, mentre con voce calma cerca di convincere Vella a non gettarsi nel vuoto, motivata dalla speranza disperata di poter ancora salvare la vita di Lorena, purtroppo già deceduta. Accanto a lei, a seguirne l'esempio nella stessa posizione, i Vigili del Fuoco e gli altri agenti intervenuti sul posto.

So che quell'agente ha un nome: Ilaria, ventiquattro anni. Lo ha raccontato lei stessa in un'intervista. Non lo scrivo per curiosità, ma perché credo che un gesto del genere meriti di avere un volto e un nome, per non restare derubricato a "un'agente" in un semplice trafiletto.

Nessun manuale operativo prevede come comportarsi in quei minuti sospesi tra la vita e la morte, davanti a un uomo che ha appena commesso l'inimmaginabile e che, mentre lei gli parlava, aveva già fatto sapere alla madre di Lorena che sua figlia non c'era più. Il valore di chi indossa una divisa si misura anche lì, fuori da ogni protocollo: nell'istinto, nella formazione umana, nel senso del dovere che resta quando le regole finiscono e tutto degenera.

A Ilaria, e a chi come lei quel giorno si è messo in ginocchio, voglio dire semplicemente grazie. Avete tentato ciò che forse altrove non si sarebbe nemmeno immaginato di fare, mossi dalla speranza incrollabile di poter salvare Lorena.

So bene che in quegli istanti non si sarebbe potuto fare altro, e so che nessun gesto, per quanto nobile, potrà mai restituire Lorena alla sua famiglia o cancellare l'orrore che si era già consumato. Ma quel mettersi in ginocchio racconta comunque qualcosa che deve essere encomiato: davanti al bordo estremo di un'esistenza umana — qualunque sia la storia di chi vi si trova - c'è chi sceglie di restare, di abbassare la voce, di inginocchiarsi e tentare tutto pur di salvare una sorella.

Il 3 settembre è stata una giornata terribile, che ha lasciato due famiglie distrutte e un Paese, ancora una volta, a fare i conti con il femminicidio. In mezzo a questo buio, quel gesto resta però il segno tangibile della capacità del nostro Paese di non perdere la speranza e di tentare qualsiasi strada pur di riportare Lorena a casa; un valore inestimabile che merita di essere custodito. È una vocazione che tutti, nel mondo, ci riconoscono come tipicamente nostra e italiana: quella di lasciarsi attraversare dall'umanità e di intervenire con il cuore prima ancora che con la freddezza della tecnica, in situazioni che nessuna accademia può davvero insegnare ad affrontare. Perché non c'è azione senza il cuore.

A Ilaria, che mai si sarebbe immaginata di trovarsi in una situazione del genere, voglio inviare la mia più profonda stima e un abbraccio sincero. Quel giorno non si è potuto fare di più. Ma sapere che sulle nostre strade, su qualsiasi "ponte" della vita, ci sono persone capaci di mettersi in ginocchio per il puro valore dell'esistenza, fa una differenza immensa. Perché i buoni pensieri e le buone azioni, anche negli scenari peggiori, riescono sempre a lasciare un segno indelebile.


Condivido questa lettera aperta rivolta a Ilaria, l'agente della Polizia di Stato intervenuta sull'A1 il 3 settembre, con la speranza che, tramite Agente Lisa e la @Questura di Firenze, questo messaggio di ringraziamento possa arrivare fino a lei e ai colleghi del @Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile.

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